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Cereja, il rosa elegante di Tenuta Carretta

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Bianco o rosso? Rosato.

Inutile negarlo. A livello mondiale, il colore del vino che registra la miglior crescita in assoluto è il rosa.

I vini rosati, secondo i dati dell’IWSR, il principale centro internazionale di ricerca sul mercato Wine&Spirit, dal 2002 a oggi sono cresciuti del 20%, tanto da ritagliarsi un preciso target di riferimento che gli analisti hanno definito Millennial Pink: giovani attorno ai 30 anni, soprattutto donne, che alla classica dicotomia rubino\dorato preferiscono il cipria, il cerasuolo, il chiaretto o il tenue, le sfumature più comuni in cui si declinano i rosé contemporanei.

Sempre secondo le analisi, la scelta del vino rosato sarebbe dettata non solo dal gusto, ma dalla “novità cromatica” che porta in tavola. I Millennial Pink scelgono il rosa perché rappresenta una tinta più cool e più facilmente instagrammabile, ovvero fotografabile e postabile su Instagram. Prova tangibile è la crescita delle condivisioni online di fotografie dedicate ai rosé che, nelle forme più svariate e creative, riempiono le pagine del popolare social network: l’hastagh #rosé supera i 39 milioni di contenuti e quelli più specificamente legati al vino #rosewine e #roséallday superano il milione di post.

A guidare la produzione dei rosé – che si aggira intorno ai 26 milioni di ettolitri (meno del 10% della produzione complessiva di vino nel mondo) – è la Francia con il 28% della produzione, seguita da Stati Uniti (17%) e Spagna (15%). L’Italia contribuisce con un 10% ma a stupire non sono le quantità, piuttosto la richiesta. Secondo i dati offerti da Wine Monitor e pubblicati nel report Vino rosato italiano, mercato e trend, le enoteche fisiche e online, negli ultimi due anni, hanno avuto un incremento di vendite che raggiunge anche il 20%, passando dai 75 milioni di fatturato del 2016 agli oltre 85 del 2018.

Tuttavia, svela lo stesso report, i consumatori non ricordano con precisione la provenienza dei rosati che hanno acquistato e, nel caso di etichette italiane, non sanno indicare la regione d’appartenenza. Segno evidente che si fa ancora fatica a riconoscere in Italia le diverse “terre dei rosati” e che la qualità di questi prodotti deve ancora diventare “memorabile”, nel senso – letterale – di essere in grado di farsi ricordare.

IL “ROSA” DELLE LANGHE E DEL ROERO

Trasportata sulle colline delle Langhe e del Roero, la questione è ancora più delicata. Qui i rosati non hanno una lunga storia produttiva e gran parte della comunicazione vitivinicola è chiaramente orientata ai grandi rossi – alle loro Menzioni Geografiche soprattutto – e ai pochi, ma importanti, bianchi autoctoni della tradizione, su tutti il Roero Arneis.

Il rosa piemontese, però, esiste. E bisogna tributargli la giusta importanza. Specie perché, proprio in rosa, Langhe e Roero stanno contribuendo con importanti “innovazioni enoiche”, che non solo restituiscono l’immagine di un settore in continua evoluzione, ma indicano che, quando si vuole sperimentare, i produttori (e i vitigni) piemontesi sono “pronti al cambiamento”. Nebbiolo e barbera su tutti, due vitigni che alla “prova della vinificazione in rosa” hanno saputo restituire vini di forte identità, capaci di ritagliarsi interessanti nicchie di mercato e, soprattutto, svelare la loro appartenenza alle colline patrimonio dell’Unesco, unendo freschezza e carattere, strutture eleganti e ottima beva.

CEREJA, UN LANGHE DOC ROSATO FRESCO ED ELEGANTE

Una sfida di “territorialità in rosa” che anche Tenuta Carretta ha voluto cogliere attraverso l’etichetta Cereja, il cui nome riprende il tipico saluto piemontese di benvenuto: «Cereja!», ma in sé contiene anche una sottile allusione a una sfumatura del rosa grazie alla stessa radice del vocabolo ciliegia (in dialetto “ceresa”). Un rosato da sole uve autoctone, nebbiolo e barbera, vendemmiate nei vigneti di proprietà.

Il Cereja acquista il suo delicato colore rosa salmone grazie a una breve macerazione sulle bucce, che vengono poi eliminate. Fermenta a temperatura controllata in acciaio per circa 3 mesi e, dopo essere stato imbottigliato riposa ulteriori 3 mesi prima di uscire sul mercato. Ne risulta un vino di aroma intenso e profumato, che combina elegantemente sentori vegetali a note floreali, con una tipica presenza speziata, figlia delle uve nebbiolo. Fresco, sapido e minerale, il Cereja si presenta agile ed elegante, ma ben strutturato e adatto ad accompagnare tutto il pasto, ideale per l’aperitivo, i piatti di pesce, i fritti, i crostacei e i frutti di mare.

Un’ultima raccomandazione: perché il Cereja possa sprigionare il suo meraviglioso bouquet va servito fresco ma non ghiacciato, ad una temperatura tra i 12 e i 14 gradi.

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